L’attentato a Charlie Hebdo spiegato a un bambino.

L’attentato a Charlie Hebdo spiegato a un bambino.

Autore: Luca di Gregorio

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Supponiamo di essere a scuola. Io sono un bambino “normale”, ben integrato e talvolta irriverente. Poi c’è lui: il classico reietto, mezzo pazzo e sempre incazzato. Tra le tante stranezze lui ha il mito di suo padre. Una divinizzazione – secondo noi – malata, che a tratti sfocia in ossessione. Un giorno, durante l’ora di educazione artistica, decido di fare dei disegni che ridicolizzano suo padre. Agli altri compagni fanno ridere, quindi ne faccio ancora e decido di esporli in classe. Preside ed insegnanti mi avvertono su come stia rischiando a pungolare “il pazzo”, tra l’altro sul suo tasto più sensibile. A me non importa, anzi, ne faccio di nuovi, sempre più offensivi e promiscui.

Un giorno incrocio “il pazzo” in corridoio; ho solo il tempo di cogliere un lampo di fulgida follia nei suoi occhi, dopo di che mi gonfia di botte.

Cosa mi direbbero i miei genitori? Cosa mi direste VOI?

Che sono un martire? Che rappresento la libertà di espressione stuprata e immolata sull’altare dei dogmi e dell’assolutismo?

Non ho la presunzione di sostituirmi alle vostre ipotetiche risposte. Condanno, tuttavia, la violenza come espressione di sconfitta che non può conoscere alcun avallo o giustificazione. Ritengo che “il pazzo” debba pagare per il suo gesto, così, come lui, chiunque scelga la via della ferocia come risposta più efficace e definitiva.

Ma io non mi sento un martire. Credo che oggi tra i corridoi di questa scuola non sia stata brutalizzata la libertà di espressione globale, bensì la mia brama di attribuirmi il diritto di poter sfottere il padre altrui, al costo della vita. Perché provocare mi eccita. Perché per me autocensurarmi equivale a morire, o forse semplicemente perché non pensavo di rischiare così tanto.

La libertà di espressione è un’altra cosa. La libertà di espressione muore ogni giorno sotto i colpi di spugna costituzionali dei governi, i ricatti dei potentati economici e le intimidazioni di stampo mafioso. E diffido da chi, gonfiandosi il petto, oggi si affretta a costatarne il decesso. Perché sono gli stessi che più volte l’hanno ferita mortalmente.

 

 

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